Martedì scorso 05 maggio il Consiglio Pastorale si è incontrato attraverso la piattaforma Zoom. Non è stato il primo incontro di questo periodo, circa un mese fa ci siamo dati appuntamento per riflettere su come era andato il periodo della Quaresima e la celebrazione della Pasqua, e prima ancora, prima anche che ci fosse il coprifuoco del virus, eravamo riusciti ad incontrarci nel salone del patronato per tirare le fila della visita pastorale del vescovo Claudio.
Quest’ultimo incontro è stato prima di tutto per salutarci e condividere un semplice “come stiamo”. E poi abbiamo cercato di condurre una riflessione un po’ più profonda sul nostro essere cristiani e vivere la fede in un tempo così particolare.
Fa sempre bene lo scambio di sensazioni, stati d’animo, purtroppo un’interfaccia ci divideva, ma almeno potevamo vederci e ascoltarci. Ognuno di noi rappresenta un prezioso micromondo, con la propria sensibilità e personalità, e la particolarità di ognuno è emersa dal semplice momento di condivisione: chi è stato più silenzioso e sofferente per questo isolamento dalle relazioni, dagli affetti famigliari; chi ha goduto dello stare a casa e condividere con la famiglia momenti come il pranzo o il tardo pomeriggio che prima non poteva; chi ha trovato uno spazio interiore per la preghiera con un ritmo più lento; chi si è sentito più unito alla natura; chi si è sentito comunque dentro il vortice delle cose e dei pensieri.
La riflessione ha preso spunto da una lettera scritta qualche giorno fa da un giovane sacerdote di Bergamo (ne seguono alcuni estratti) e che era stata inviata ai membri prima dell’incontro. I contenuti della lettera sono stati gli stimoli per pensare al nostro vivere la fede, e anche in questo caso, la condivisione è stata ricca e variegata, quanto lo sono le persone che erano presenti.

[…] E così le vocazioni sono crollate a picco:
perché un ragazzo di 25 anni dovrebbe rinunciare a tutto per diventare un operatore sociale sul mercato delle proposte? Fino agli anni ’90 avevamo più o meno il monopolio. Ma adesso? Adesso siamo un impegno tra tanti nel planning dei ragazzi. Ci specializziamo, sediamo ai tavoli, attiviamo progetti, professionalizziamo ciò che facciamo. E diventiamo sempre più esperti, masiamo tra i tanti sul mercato della concorrenza del sociale. Abbiamo fatto sempre una pastorale “penultima”: facciamo la pizzata con il
dopocresima per «avere lì i ragazzi», perché poi si finisce con la preghiera e chissà che magari a qualcuno resti qualcosa! Facciamo l’oratorio estivo perché «noi lo facciamo con il cuore» e poi glielo diciamo con i cinque minuti finali di preghiera («Che se disturbi ti tolgo i punti in classifica generale!»), e chissà che magari a qualcuno venga la voglia di capire in nome di chi lo facciamo. Portiamo gli adolescenti al mare o in montagna sperando che gli resti quel minimo di memoria che hanno fatto qualche bella esperienza da piccoli con il don e magari chissà che un giorno… Ma quel giorno non viene mai! Non si sposano, non vengono più in chiesa, non fanno battezzare i figli.
Una curiosità: ho fatto una stima spannometrica dei laureati del mio paese e con curiosità ho constatato che il numero di laureati in scienze dell’educazione, scienze della formazione primaria e infermieristica è molto simile al numero di religiose viventi che hanno fatto una vita le infermiere e le maestre all’asilo. Ci hanno presi in parola i giovani: ci imitano. Ma hanno optato per la versione laica di quello che facciamo, anche perché onestamente è quella in cui ci vedono investire più tempo. Diventiamo esausti, inseguiamo istituzioni che dovevano essere “penultime”, teniamo in piedi cose che forse erano un guizzo di genio sociale di un momento e da cui non riusciamo più a liberarci, siamo sempre più occupati. io sono convinto che in Italia tante persone hanno avuto un altro padre e un’altra madre oltre a quelli biologici e li abbiano trovati tra le file della chiesa, nel parroco, nel prete giovane, nel catechista, nel capo scout. Perché li abbiamo amati davvero. Non li abbiamo amati solo per farne un proselito. E continueremo a farlo.
Ma se si risorgesse da qui? Ci ha messo di fronte a una identità esausta e fragilissima. Ma se ci avesse anche posto nelle condizioni per dirci che forse dobbiamo iniziare a occuparci di altro. Hanno fatto bene i vescovi a fare sentire il loro disappunto. Ma Conte ci ha solo detto ciò che tutti sapevamo e che non si poteva dire: siamo diventati una piccola minoranza. Solo che ci trasciniamo dietro mille residui storici. Vogliamo iniziare a giocarci bene il nostro ruolo di minoranza?

Desiderio di cambiamento – come diceva anche il vescovo, siamo arrivati ad un punto in cui è necessario un cambiamento, focalizzare l’obiettivo, che è Gesù, e da lì virare le scelte parrocchiali. Quindi non più quantità di servizi o di proposte, che forse non hanno fatto centro, ma qualità che trasmetta una Comunità attraente e credibile, che sappia coinvolgere verso un obiettivo più alto, che accompagni in cammino di fede.
Consapevolezza di essere una minoranza – perché siamo diventati una minoranza? Cosa abbiamo perso, cosa ci è sfuggito? Il fatto di fornire dei servizi non è la scelta vincente, in termini di fede si intende: perché tante famiglie partecipano alle iniziative di Parrocchia ma non vengono a Messa? Perché tanti ragazzi partecipano al Grest, ma non vengono a celebrare l’Eucarestia? Non c’è una risposta immediata a queste domande, ma è importante porle, esercitarsi ad una riflessione che porti a rivedere lo stile: non bisogna eliminare i servizi, ma è necessario ricentrare l’unico Senso del nostro essere Comunità, che è Dio. Senza togliere il fatto che essere una minoranza non è negativo, può trasformarsi in valore.
Non c’è stata una conclusione, la riflessione è ampia e rimane aperta. Non riguarda solo il Consiglio Pastorale, ma tutti noi Cristiani: cosa ci sta dicendo il Signore in questo momento? Quale strada ci sta indicando?
Il Consiglio Pastorale

Categories:

Tags:

Articoli recenti